Lo sciacquone

Papà mi ha sempre detto: “Le elezioni sono come lo sciacquone. Servono a far sparire tutta la porcheria che si è accumulata.”

Una simile idea mi ha aiutato a crescere immune dalla retorica della democrazia come migliore dei mondi possibili, e mi ha trasmesso la serenità necessaria a considerare un’elezione, qualsiasi elezione, una cosa utile ma nient’affatto sacra.

Quest’idea mi torna prepotentemente in testa in occasione dell’elezione di Donald Trump, che in ordine di tempo è solo l’ultima, anche se la più rumorosa, sorpresa confezionata da un elettorato ai danni degli intellettuali illuminati e delle élite col culo sul velluto.

Poiché gli analisti più disincantati hanno già ammesso che ormai coi giornali si può al massimo incartare il pesce (copyright Fulvio Scaglione sul Giornale), possiamo ben dire che le grandi testate giornalistiche avrebbero fatto meno figuracce se avessero chiesto a mio padre; e con questo non si sarebbero certo squalificate, dato che, a questo punto bisogna proprio precisarlo, papà si è laureato in scienze politiche con una tesi sul sistema elettorale americano, e agli Usa, per ragioni prima di tutto professionali, ha sempre guardato con vorace interesse. Il suo modo di sentire riguardo alle elezioni è dunque, di sicuro, più vicino all’istinto del ceto medio americano delle belle e complesse analisi propinateci dai soloni negli ultimi mesi.

Se il voto è come lo sciacquone che l’elettore tira per liberarsi di tutto quello che non sopporta più, allora il Brexit, la vittoria di Trump, ma anche forse la vittoria di Obama otto anni fa, rappresentano semplicemente questo: la voglia di cambiare che si fa più importante della persona su cui si scommette. La speranza è quella di rompere delle routine perverse che si sono accumulati nei precedenti anni di governo, e questa speranza non può essere semplicemente archiviata alla voce populismo o qualunquismo. E’ al contrario un esprimersi molto preciso dell’elettore su qualcosa che sicuramente non vuole, o almeno non vuole più, dopo averlo provato. Cosa non vuole più? L’elettore di Trump non vuole più la globalizzazione; l’inglese Brexiteer non vuole più l’Europa in casa; l’elettore di Obama non voleva più l’amministrazione Bush. E anche in questa tornata elettorale l’americano medio ha scelto un candidato repubblicano sì, ma totalmente di rottura e pubblicamente sconfessato da Bush: segno che è rimasto fermo e coerente nel desiderio di disfarsi di tutto quello che è stato lo scenario dei primi anni duemila, e sta sperimentando alternative. L’alternativa Obama non ha funzionato, avanti un altro.

Ora, a me, come cattolica, potevano piacere di più candidati come Rick Santorum o Marco Rubio, schierati sulla difesa della vita e della famiglia assai più aggressivamente di Trump; ma questo non cambia la realtà dei fatti, e cioè che l’elettorato americano, dovendosi occupare dei fatti di casa propria, ha legittimamente detto: non c’è né vita né famiglia se non si arriva a fine mese. Se sono minatore e Hillary chiude le miniere per giocare all’ecologista, ci sarà ben poca vita da difendere nella mia famiglia; ma se The Donald le può tenere aperte, stracciando gli accordi ecologisti e continuando a usare il mio carbone, poi forse mi occuperò dell’aborto e del divorzio, perché no.

Diciamo la verità: in uno scenario mondiale compromesso come quello odierno, sfidare l’opinione pubblica mondiale su ecologia, immigrazione, armi e altri tabù collegati è una “missione impossibile” che richiede faccia di bronzo e un pizzico di follia. Trump ha mostrato proprio questi due requisiti, laddove candidati più moderati o con una vita “casa e chiesa” non davano garanzia, proprio per la loro correttezza, di potercela fare in un ring dove il colpo basso è la regola. Chi altro potevano votare quegli elettori che desideravano riaprire il dibattito sulla globalizzazione, sul diritto a portare armi, sull’immigrazione clandestina? Direi che costoro hanno votato in maniera splendidamente coerente coi loro obiettivi, e auguro loro ogni fortuna, perché solo rimettendo in discussione questo sistema in necrosi e partecipando tutti alla discussione si può sperare di uscire dalla crisi.

 

 

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Il caso Cavalcoli: lettera ai Cardinali

Sul “Caso Cavalcoli” che ha agitato la Chiesa negli ultimi giorni, Don Ariel S. Levi di Gualdo ha inviato ai cardinali Mueller e Parolin e ai vertici dell’ordine domenicano la lettera aperta che vi segnalo.

Don Ariel è cofondatore della rivista telematica “L’Isola di Patmos” insieme al padre Cavalcoli, e nel suo scritto affronta gli aspetti teologici del problema “castigo”.

Qui, sul blog dedicato al Vagabondo Gentiluomo, scriverò solo che quanto è accaduto è davvero triste, ma per niente inedito.

Dopotutto: un religioso ha enunciato - in toni peraltro assai pacati - una verità teologica vecchia come il mondo, e si è scatenato il putiferio. I suoi nemici di sempre hanno distorto le sue parole, gli ignoranti hanno commentato le sue parole senza conoscerle, i suoi amici lo hanno rinnegato.

Che c’è di nuovo in questa storia? E’ la storia dietro al nostro blog, è la trama della vita di Sant’Edmund Campion e di molti Martiri. E’ una storia che si è ripetuta per duemila anni: è la storia di Nostro Signore Gesù Cristo che rivive nei suoi santi.

Disse il Signore Gesù, sotto interrogatorio:

«Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto.  Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto».  (Gv 18, 18)

E ancora, a chi lo percuoteva:

«Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?» (Gv 18, 23).

Esiste un popolo di Dio e a questo popolo padre Cavalcoli ha insegnato per anni senza che si segnalassero problemi o errori. Questo il popolo di Dio lo testimonierebbe se glielo si chiedesse, ma certe élites se ne guardano bene, perché per loro il “sensus fidei” del popolo è, secondo le circostanze, paglia per il camino o consenso elettorale da convogliare verso il tema più opportuno. Nessuna premura per le nostre anime, nessuna preoccupazione di confonderci li turba mai.

Però il popolo, ancorché fatto di pecore, a volte nel suo piccolo s’incaXXa; e dato che stanotte ha vinto Trump, ritengo che il castigo divino, a certi monsignori che nel castigo divino non credono, abbia già cominciato ad arrivare.

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Storia di una mamma che divenne un prete

Bisognerebbe far sapere ai più giovani che il web cattolico non è sempre stato la cloaca che è oggi.

Prima dei social network, prima della brevità a ogni costo, prima del karaoke dilettantistico su qualsiasi argomento dello scibile umano e dell’arroganza che si è mangiata ogni gerarchia, ci fu un tentativo dei cattolici conservatori di veicolare i contenuti più complessi della fede attraverso i mezzi digitali: tentativo che fu vero servizio, anche se, a causa del peccato originale, non sempre esente da errori e cadute di stile.

Di quella fase un po’ naif, senz’altro pionieristica, mi onoro di aver fatto parte. Oggi mi onoro anche di aver sottratto la mia persona e il mio talento alla fase 2, quella del “pecore contro pastori in un crescendo di qualunquismo” in cui tutto il web cosiddetto tradizionalista sta ormai annegando.

Va anche detto che l’intera atmosfera era diversa: Papa Benedetto insisteva sulla ragionevolezza del credere, e dunque la divulgazione colta e curata di contenuti complessi era un’opera di supporto al suo papato. Oggi un’opera che volesse essere davvero di supporto al Pontefice dovrebbe svilupparsi diversamente: soprattutto sul filo della spiritualità ignaziana e dell’apostolato della Divina Misericordia.

Ma torniamo a quegli anni: misi davvero tanto del mio tempo e delle mie energie di madre a servizio di quell’apostolato, rispondendo a domande, traducendo da altre lingue, e studiando, soprattutto, perché avvertivo l’enorme responsabilità che mi era affidata. Ogni tanto qualche folle, invece di porre domande sul magistero o sul diritto canonico o sulle vite dei santi, veniva a chiederci se aveva fatto bene il suo prete a non assolverlo, oppure se era il caso di denunciare il suo parroco al vescovo; e davanti a quei fatti – che altro non erano  se non le prime avvisaglie di quella demenza social che sarebbe esplosa qualche anno dopo, e che oggi è la norma – sentivo di dover pregare molto, sforzarmi molto sulla via della santità personale, e alzare la voce per raccomandare, sempre e comunque, fiducia nei pastori, e limpidezza nei loro confronti. Come dire, se hai un problema col tuo prete parlagliene, non venire a sbeffeggiarlo sul web.

Man mano che l’avventura meravigliosa proseguiva, imparai almeno tre cose di importanza vitale. La prima è che i tradizionalisti vogliono un muro invalicabile tra preti e laici. Architettonicamente amano da pazzi le balaustre e i recinti attorno al presbiterio, ma non è vero che è per tener fuori la plebe: è per tener dentro il presbitero.  Infatti il grande sogno del tradizionalista da web è che il prete si occupi unicamente di Sacramenti, e si mischi col gregge il meno possibile. Se volete far arrabbiare davvero un tradizionalista da web, vi basta accennare a una qualsiasi forma di prossimità tra laici e preti, foss’anche solo il fatto che il prete ha una madre (laica) e non è spuntato miracolosamente dal sacro suolo del pianeta di Clergyland.

La seconda è una scoperta che mi ha aiutato a conoscere me stessa: la spiritualità ignaziana. Compresi che dovevo risalire il fiume della grande attrazione che sentivo verso le figure dei santi gesuiti e saperne di più. E’ la scoperta più bella del mondo, e non capita a molti: trovare che nel grande cammino verso Dio, a cui tutti siamo chiamati, una strada in particolare ti attira, e ti offre proprio i punti di ristoro e d’ombra che servono a te.

La terza cosa la imparai senza accorgermene, e fu quella che mi portò alla fine ad abbandonare. Successe piano piano: prima mi scelsi come avatar l’immagine di un santo prete. Poi cominciai a pregarlo ogni volta che dovevo scrivere qualcosa di importante. E dopo qualche anno, finì che quasi tutto quello che scrivevo e sentivo era in totale dissenso con quanto pensava e sentiva la maggioranza dei miei amici; perché loro la pensavano come i tradizionalisti da web, mentre io… la pensavo come un prete.

Ora, caro lettore, non mi offenderò se questa mia affermazione sarà accolta da una grassa risata. E’ proprio quella che volevo suscitare, perché l’autoironia non mi è mai mancata. Nessuno più di me è convinto dell’assoluta necessità e bellezza di un sacerdozio solo maschile, e non sono mai stata una laica impegnata di quelle che pretendono di saperla più lunga del parroco. Tutto al contrario: nelle faccende di Chiesa, o ti lasci istruire dai preti, o sei destinato ad avvitarti su te stesso in quella che è solo la tua opinione. E’ la terza cosa che imparai quando mi guardai indietro, e mi accorsi che tutta la differenza di percorso tra me e i miei amici stava nel mio aver assorbito avidamente quello che il clero mi insegnava, dalla predica della domenica fino alle dispense di teologia che mio fratello mi prestava.

Questo non mi aveva portato semplicemente a conoscere delle nozioni in più, ma mi aveva dato uno sguardo diverso sulle cose, su tutte le cose della realtà. Per questa ragione, non riuscivo più a trovarmi a mio agio dentro a un mondo diviso in fazioni, pronto a tradurre ogni scenario nel copione di un film western: buoni molto buoni contro cattivi molto cattivi. Non me ne importava più nulla di queste schematizzazioni umane piccine piccine, perché avevo imparato ad alzare gli occhi verso l’amore di Dio, e l’avevo trovato molto più grande e creativo di così, ma allo stesso tempo per niente disposto a prescindere dall’uomo e dalla sua volontà. Ogni schema che vedeva l’uomo come un mezzo, come un inciampo trascurabile, e non come la creatura amatissima dal Signore, rivelava inevitabilmente ai miei occhi la sua origine umana e non divina.

Ormai mi sentivo, davanti alla maggior parte delle cose che si discutevano in quel luogo virtuale, sempre in una posizione terza, sempre infastidita dai termini sbagliati in cui la questione era posta, e sempre più spesso mi veniva da pensare al Signore Gesù che, davanti all’adultera, si mette a scrivere nella sabbia. C’era una quantità sempre più grande di cose  che venivano trascurate, cose che alla mia sensibilità esasperata di donna e al mio occhio ormai reso esperto dallo studio non potevano sfuggire, e così decisi di abbandonare.

Oggi, passati alcuni anni, devo dire che sul web è successo il peggio di quello che avevo presentito, e di cui avevo cercato di avvisare gli amici.  Di fatto oggi il laico da web si pensa come un cagnaccio minaccioso posto fuori dal recinto sacro a far la guardia al Catechismo e alla dottrina; ma ritiene che la chiamata alla  santità non lo riguardi e che un contegno ispirato alla carità evangelica non gli sia necessario, e così si trasforma in un odioso cembalo che risuona e invita altri cembali allo sport più vecchio del mondo – la lamentazione O tempora! O mores!

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