In memoria di George Michael, cristiano

E’ morto George Michael, di professione rockstar. E mentre in morte di un letterato viene naturale andare a spulciare le sue opere per capire che tipo d’uomo fosse, e conseguentemente compilare il coccodrillo d’ordinanza, in morte di una rockstar questo lavoro non si fa mai. Si cercano i particolari piccanti della sua vita sciamannata e, se proprio si vuol fare bene il lavoro, si mette insieme un quadro della sua carriera: alti e bassi, successi e insuccessi. I suoi testi, cioè le parole che  ha scritto di suo pugno raccontando se stesso e il mondo, non sono mai oggetto di analisi accurata.

Questo tipo di analisi la si lascia al mondo dei social, al sottobosco dei fans, come se fossero questioni troppo emotive a cui preferire il freddo frutto di una ricerca sui motori. Eppure, in un mondo in cui Bob Dylan vince il Nobel per la letteratura, dovrebbe pur esserci qualcuno che comincia a prendere sul serio i testi delle canzoni come forme di cultura; e magari qualcuno che non appartenga alla generazione dei baby boomers e che non sia fissato col fatto che solo le “loro” rockstar valessero qualcosa e le “nostre” (quelle della generazione successiva) fossero paccottiglia.

Non ho mai conosciuto George Michael di persona, anche se lo vidi suonare all’Arena di Milano nell’88, nella sua prima data assoluta in Italia. Però sento di averlo conosciuto attraverso i suoi testi, molto più profondamente di tanti che hanno scritto di lui. E in morte, dico di lui questo: era un cristiano.

Che cosa comporti questa affermazione, lo lascio giudicare al lettore. Ci saranno quelli che lo troveranno un commento ovvio, o inutile; quelli che grideranno al sacrilegio perché cerco di far passare per autore cristiano un omosessuale drogato; e poi forse qualcuno, un piccolo numero, che si lascerà incuriosire dal mio racconto e andrà a cercare vecchie canzoni per conoscere qualcosa di nuovo e per lasciarsi provocare un po’. Personalmente non sto tentando nessuna riabilitazione o canonizzazione; so benissimo che George non aveva una condotta esemplare, eppure trovo che certi suoi testi valgano la pena di essere letti e meditati, perché sono quanto di lui ci resterà quando tutto il bla bla si sarà calmato.

Io dico che a uno che non è cresciuto nel cristianesimo, non sarebbe mai venuto in mente un testo sui tempi ultimi, come Praying for time (1990). Uno scenario in cui “Dio ha smesso di tenere il punteggio” e tutti si abbandonano all’egoismo e all’odio da quando gli è stato detto “che non può tornare, perché non ha più figli per cui tornare”. Dunque “faremmo meglio a pregare tutti perché ci sia dato più tempo”.

Difficile anche leggere al di fuori del cristianesimo una spiegazione così delicata del lutto come quella di “You have been loved”, dove la madre che ha appena perso un figlio insegna agli altri a non disperare, perché “se è stato Dio a prendersi suo figlio, non può essere quel Dio che lei ha in mente vivo.” E il ritornello: “Tu sei stato amato” è l’antidoto alla disperazione, alla tentazione di “pensare che Dio sia morto”.

Non mi impegolo in “Jesus to a child”, perché riconosco che paragonare il sorriso dell’amato a quello del Signore è una scelta ardita. Resterò invece su “December Song”, perché mi sembra che questa canzone (mortificata da un video in cui sono spariti tutti i simboli sacri) più di ogni altra racconti cosa fosse per George Michael il Natale, giorno in cui poi ha trovato la morte. Era il momento in cui “la Vergine bambina sarebbe sempre apparsa per salvarmi”. Era il momento che cancellava tutte le fatiche dell’anno trascorso perché “Gesù veniva per restare”. Era poi diventato un momento difficile di bilanci e, come per tutti, di grande nostalgia per chi è venuto a mancare nel corso degli anni. Ma era la sua ancora di salvezza, il Natale; e così “sognavo il Natale”.

Al momento in cui scrivo non sappiamo ancora come sia morto George Michael. A un mese dal decesso non c’è ancora una verità ufficiale. Ma credo che tutti noi possiamo condividere una ufficiale speranza, alimentandola ciascuno con le sue preghiere: che anche per il Natale 2016 la Vergine bambina si sia presentata da George Michael, stavolta in persona, per salvarlo.

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Lo sciacquone

Papà mi ha sempre detto: “Le elezioni sono come lo sciacquone. Servono a far sparire tutta la porcheria che si è accumulata.”

Una simile idea mi ha aiutato a crescere immune dalla retorica della democrazia come migliore dei mondi possibili, e mi ha trasmesso la serenità necessaria a considerare un’elezione, qualsiasi elezione, una cosa utile ma nient’affatto sacra.

Quest’idea mi torna prepotentemente in testa in occasione dell’elezione di Donald Trump, che in ordine di tempo è solo l’ultima, anche se la più rumorosa, sorpresa confezionata da un elettorato ai danni degli intellettuali illuminati e delle élite col culo sul velluto.

Poiché gli analisti più disincantati hanno già ammesso che ormai coi giornali si può al massimo incartare il pesce (copyright Fulvio Scaglione sul Giornale), possiamo ben dire che le grandi testate giornalistiche avrebbero fatto meno figuracce se avessero chiesto a mio padre; e con questo non si sarebbero certo squalificate, dato che, a questo punto bisogna proprio precisarlo, papà si è laureato in scienze politiche con una tesi sul sistema elettorale americano, e agli Usa, per ragioni prima di tutto professionali, ha sempre guardato con vorace interesse. Il suo modo di sentire riguardo alle elezioni è dunque, di sicuro, più vicino all’istinto del ceto medio americano delle belle e complesse analisi propinateci dai soloni negli ultimi mesi.

Se il voto è come lo sciacquone che l’elettore tira per liberarsi di tutto quello che non sopporta più, allora il Brexit, la vittoria di Trump, ma anche forse la vittoria di Obama otto anni fa, rappresentano semplicemente questo: la voglia di cambiare che si fa più importante della persona su cui si scommette. La speranza è quella di rompere delle routine perverse che si sono accumulate nei precedenti anni di governo, e questa speranza non può essere semplicemente archiviata alla voce populismo o qualunquismo. E’ al contrario un esprimersi molto preciso dell’elettore su qualcosa che sicuramente non vuole, o almeno non vuole più, dopo averlo provato. Cosa non vuole più? L’elettore di Trump non vuole più la globalizzazione; l’inglese Brexiteer non vuole più l’Europa in casa; l’elettore di Obama non voleva più l’amministrazione Bush. E anche in questa tornata elettorale l’americano medio ha scelto un candidato repubblicano sì, ma totalmente di rottura e pubblicamente sconfessato da Bush: segno che è rimasto fermo e coerente nel desiderio di disfarsi di tutto quello che è stato lo scenario dei primi anni duemila, e sta sperimentando alternative. L’alternativa Obama non ha funzionato, avanti un altro.

Ora, a me, come cattolica, potevano piacere di più candidati come Rick Santorum o Marco Rubio, schierati sulla difesa della vita e della famiglia assai più aggressivamente di Trump; ma questo non cambia la realtà dei fatti, e cioè che l’elettorato americano, dovendosi occupare dei fatti di casa propria, ha legittimamente detto: non c’è né vita né famiglia se non si arriva a fine mese. Se sono minatore e Hillary chiude le miniere per giocare all’ecologista, ci sarà ben poca vita da difendere nella mia famiglia; ma se The Donald le può tenere aperte, stracciando gli accordi ecologisti e continuando a usare il mio carbone, poi forse mi occuperò dell’aborto e del divorzio, perché no.

Diciamo la verità: in uno scenario globalmente compromesso come quello odierno, sfidare l’opinione pubblica mondiale su ecologia, immigrazione, armi e altri tabù collegati è una “missione impossibile” che richiede faccia di bronzo e un pizzico di follia. Trump ha mostrato proprio questi due requisiti, laddove candidati più moderati o con una vita “casa e chiesa” non davano garanzia, proprio per la loro correttezza, di potercela fare in un ring dove il colpo basso è la regola. Chi altro potevano votare quegli elettori che desideravano riaprire il dibattito sulla globalizzazione, sul diritto a portare armi, sull’immigrazione clandestina? Direi che costoro hanno votato in maniera splendidamente coerente coi loro obiettivi, e auguro loro ogni fortuna, perché solo rimettendo in discussione questo sistema in necrosi e partecipando tutti alla discussione si può sperare di uscire dalla crisi.

 

 

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Il caso Cavalcoli: lettera ai Cardinali

Sul “Caso Cavalcoli” che ha agitato la Chiesa negli ultimi giorni, Don Ariel S. Levi di Gualdo ha inviato ai cardinali Mueller e Parolin e ai vertici dell’ordine domenicano la lettera aperta che vi segnalo.

Don Ariel è cofondatore della rivista telematica “L’Isola di Patmos” insieme al padre Cavalcoli, e nel suo scritto affronta gli aspetti teologici del problema “castigo”.

Qui, sul blog dedicato al Vagabondo Gentiluomo, scriverò solo che quanto è accaduto è davvero triste, ma per niente inedito.

Dopotutto: un religioso ha enunciato – in toni peraltro assai pacati – una verità teologica vecchia come il mondo, e si è scatenato il putiferio. I suoi nemici di sempre hanno distorto le sue parole, gli ignoranti hanno commentato le sue parole senza conoscerle, i suoi amici lo hanno rinnegato.

Che c’è di nuovo in questa storia? E’ la storia dietro al nostro blog, è la trama della vita di Sant’Edmund Campion e di molti Martiri. E’ una storia che si è ripetuta per duemila anni: è la storia di Nostro Signore Gesù Cristo che rivive nei suoi santi.

Disse il Signore Gesù, sotto interrogatorio:

«Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto.  Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto».  (Gv 18, 18)

E ancora, a chi lo percuoteva:

«Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?» (Gv 18, 23).

Esiste un popolo di Dio e a questo popolo padre Cavalcoli ha insegnato per anni senza che si segnalassero problemi o errori. Questo il popolo di Dio lo testimonierebbe se glielo si chiedesse, ma certe élites se ne guardano bene, perché per loro il “sensus fidei” del popolo è, secondo le circostanze, paglia per il camino o consenso elettorale da convogliare verso il tema più opportuno. Nessuna premura per le nostre anime, nessuna preoccupazione di confonderci li turba mai.

Però il popolo, ancorché fatto di pecore, a volte nel suo piccolo s’incaXXa; e dato che stanotte ha vinto Trump, ritengo che il castigo divino, a certi monsignori che nel castigo divino non credono, abbia già cominciato ad arrivare.

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