Storia di una mamma che divenne un prete

Bisognerebbe far sapere ai più giovani che il web cattolico non è sempre stato la cloaca che è oggi.

Prima dei social network, prima della brevità a ogni costo, prima del karaoke dilettantistico su qualsiasi argomento dello scibile umano e dell’arroganza che si è mangiata ogni gerarchia, ci fu un tentativo dei cattolici conservatori di veicolare i contenuti più complessi della fede attraverso i mezzi digitali: tentativo che fu vero servizio, anche se, a causa del peccato originale, non sempre esente da errori e cadute di stile.

Di quella fase un po’ naif, senz’altro pionieristica, mi onoro di aver fatto parte. Oggi mi onoro anche di aver sottratto la mia persona e il mio talento alla fase 2, quella del “pecore contro pastori in un crescendo di qualunquismo” in cui tutto il web cosiddetto tradizionalista sta ormai annegando.

Va anche detto che l’intera atmosfera era diversa: Papa Benedetto insisteva sulla ragionevolezza del credere, e dunque la divulgazione colta e curata di contenuti complessi era un’opera di supporto al suo papato. Oggi un’opera che volesse essere davvero di supporto al Pontefice dovrebbe svilupparsi diversamente: soprattutto sul filo della spiritualità ignaziana e dell’apostolato della Divina Misericordia.

Ma torniamo a quegli anni: misi davvero tanto del mio tempo e delle mie energie di madre a servizio di quell’apostolato, rispondendo a domande, traducendo da altre lingue, e studiando, soprattutto, perché avvertivo l’enorme responsabilità che mi era affidata. Ogni tanto qualche folle, invece di porre domande sul magistero o sul diritto canonico o sulle vite dei santi, veniva a chiederci se aveva fatto bene il suo prete a non assolverlo, oppure se era il caso di denunciare il suo parroco al vescovo; e davanti a quei fatti – che altro non erano  se non le prime avvisaglie di quella demenza social che sarebbe esplosa qualche anno dopo, e che oggi è la norma – sentivo di dover pregare molto, sforzarmi molto sulla via della santità personale, e alzare la voce per raccomandare, sempre e comunque, fiducia nei pastori, e limpidezza nei loro confronti. Come dire, se hai un problema col tuo prete parlagliene, non venire a sbeffeggiarlo sul web.

Man mano che l’avventura meravigliosa proseguiva, imparai almeno tre cose di importanza vitale. La prima è che i tradizionalisti vogliono un muro invalicabile tra preti e laici. Architettonicamente amano da pazzi le balaustre e i recinti attorno al presbiterio, ma non è vero che è per tener fuori la plebe: è per tener dentro il presbitero.  Infatti il grande sogno del tradizionalista da web è che il prete si occupi unicamente di Sacramenti, e si mischi col gregge il meno possibile. Se volete far arrabbiare davvero un tradizionalista da web, vi basta accennare a una qualsiasi forma di prossimità tra laici e preti, foss’anche solo il fatto che il prete ha una madre (laica) e non è spuntato miracolosamente dal sacro suolo del pianeta di Clergyland.

La seconda è una scoperta che mi ha aiutato a conoscere me stessa: la spiritualità ignaziana. Compresi che dovevo risalire il fiume della grande attrazione che sentivo verso le figure dei santi gesuiti e saperne di più. E’ la scoperta più bella del mondo, e non capita a molti: trovare che nel grande cammino verso Dio, a cui tutti siamo chiamati, una strada in particolare ti attira, e ti offre proprio i punti di ristoro e d’ombra che servono a te.

La terza cosa la imparai senza accorgermene, e fu quella che mi portò alla fine ad abbandonare. Successe piano piano: prima mi scelsi come avatar l’immagine di un santo prete. Poi cominciai a pregarlo ogni volta che dovevo scrivere qualcosa di importante. E dopo qualche anno, finì che quasi tutto quello che scrivevo e sentivo era in totale dissenso con quanto pensava e sentiva la maggioranza dei miei amici; perché loro la pensavano come i tradizionalisti da web, mentre io… la pensavo come un prete.

Ora, caro lettore, non mi offenderò se questa mia affermazione sarà accolta da una grassa risata. E’ proprio quella che volevo suscitare, perché l’autoironia non mi è mai mancata. Nessuno più di me è convinto dell’assoluta necessità e bellezza di un sacerdozio solo maschile, e non sono mai stata una laica impegnata di quelle che pretendono di saperla più lunga del parroco. Tutto al contrario: nelle faccende di Chiesa, o ti lasci istruire dai preti, o sei destinato ad avvitarti su te stesso in quella che è solo la tua opinione. E’ la terza cosa che imparai quando mi guardai indietro, e mi accorsi che tutta la differenza di percorso tra me e i miei amici stava nel mio aver assorbito avidamente quello che il clero mi insegnava, dalla predica della domenica fino alle dispense di teologia che mio fratello mi prestava.

Questo non mi aveva portato semplicemente a conoscere delle nozioni in più, ma mi aveva dato uno sguardo diverso sulle cose, su tutte le cose della realtà. Per questa ragione, non riuscivo più a trovarmi a mio agio dentro a un mondo diviso in fazioni, pronto a tradurre ogni scenario nel copione di un film western: buoni molto buoni contro cattivi molto cattivi. Non me ne importava più nulla di queste schematizzazioni umane piccine piccine, perché avevo imparato ad alzare gli occhi verso l’amore di Dio, e l’avevo trovato molto più grande e creativo di così, ma allo stesso tempo per niente disposto a prescindere dall’uomo e dalla sua volontà. Ogni schema che vedeva l’uomo come un mezzo, come un inciampo trascurabile, e non come la creatura amatissima dal Signore, rivelava inevitabilmente ai miei occhi la sua origine umana e non divina.

Ormai mi sentivo, davanti alla maggior parte delle cose che si discutevano in quel luogo virtuale, sempre in una posizione terza, sempre infastidita dai termini sbagliati in cui la questione era posta, e sempre più spesso mi veniva da pensare al Signore Gesù che, davanti all’adultera, si mette a scrivere nella sabbia. C’era una quantità sempre più grande di cose  che venivano trascurate, cose che alla mia sensibilità esasperata di donna e al mio occhio ormai reso esperto dallo studio non potevano sfuggire, e così decisi di abbandonare.

Oggi, passati alcuni anni, devo dire che sul web è successo il peggio di quello che avevo presentito, e di cui avevo cercato di avvisare gli amici.  Di fatto oggi il laico da web si pensa come un cagnaccio minaccioso posto fuori dal recinto sacro a far la guardia al Catechismo e alla dottrina; ma ritiene che la chiamata alla  santità non lo riguardi e che un contegno ispirato alla carità evangelica non gli sia necessario, e così si trasforma in un odioso cembalo che risuona e invita altri cembali allo sport più vecchio del mondo – la lamentazione O tempora! O mores!.

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Brexit!

Distribuzione del voto secondo il Guardian

Distribuzione dei papisti nel ’700

Naturalmente i commenti intelligenti al Brexit sono stati molti e non pretendiamo che la nostra chiave interpretativa sia l’unica buona, ma proviamo a proporla perché ci sembra di poter dare un utile contributo come blog che si occupa principalmente di storia inglese.

C’è un’interessante coincidenza tra la mappa dei voti favorevoli al Brexit e quella delle sacche di resistenza papista (=recusancy) dalla Riforma in poi.

Correttamente si è detto che l’Inghilterra profonda ha votato per il Leave, mentre là dove si trovano i centri del potere economico e politico (soprattutto la zona di Londra più qualche città), ha vinto il Remain.

Avvenire ci informa, con un’interessante intervista, che il voto cattolico è stato diviso: i Vescovi hanno cercato di orientare verso una scelta europeista in nome della solidarietà e contro le tentazioni isolazioniste, ma molti cattolici hanno ritenuto di dover bocciare un’Ue che aveva rifiutato di riconoscere le proprie radici cristiane e che, nei fatti, è spesso foriera di leggi contro la vita e la famiglia.

Del resto, nel Cinque-Seicento erano i protestanti ad assumere posizioni isolazioniste, cercando di affrancare l’Inghilterra dalla leadership morale di Roma, mentre per i cattolici (compreso Shakespeare, le cui frequentazioni papiste sono ormai documentate e palesi) era importante rimanere aggrappati all’eredità medievale di una fede e di una cultura comune europea.

Ma allora, come mai quelle due cartine si assomigliano tanto? A nostro avviso è giunta l’ora in cui quella spaccatura politica e sociale originata dalla Riforma, e mantenuta artificialmente in vita lungo cinque secoli, si è ritorta contro le élites.

Si tratta quindi di riconoscere che quando, sotto il regno di Elisabetta I, cominciarono allo stesso tempo il sistema dell’Inghilterra moderna e la ferocissima persecuzione anticattolica, si avviò di fatto un processo di accentramento di potere in Londra che non teneva in nessun conto le esigenze reali di tutto il resto dell’Inghilterra, del Galles e della Cornovaglia. Si procedette ad imporre Londra non più semplicemente come la sede del Re, ma addirittura come centro di autorità morale e religiosa contrapposto a Roma, e poi a cercare di “londonizzare” tutto il resto dell’Inghilterra, raccontando che si trattava di una battaglia del progresso. Poiché i poveri ignoranti delle contee più lontane non volevano affatto capire in che modo abbandonare la fede dei padri potesse rappresentare un progresso, le loro classi dirigenti – la nobiltà locale e anche i funzionari della regina – continuarono a chiudere un occhio e anche due sulle attività papiste, considerate da Londra sovversive; ma la forza “normalizzatrice” londocentrica divenne sempre più pervasiva, estendendo il suo braccio fino ad emettere leggi omicide, a sterminare madri di famiglia (v. Margaret Clitherow), a reprimere nel sangue legittime rivolte, pur di cancellare ogni resistenza.

Ora, molta acqua e molti secoli possono passare sotto i ponti, ma, prima o poi, i nodi verranno sempre al pettine. Potrebbe anche darsi che, dopo inizi tanto violenti, uno stato giunga a una forma di pace sociale, ma si tratterà sempre di una pace sociale fragile, costruita sull’antica prevaricazione. Che la materia del contendere sia la fede romana o la fede europeista, le élites londinesi sono sempre pronte a etichettare tutti gli altri come bifolchi e arretrati, e tutti gli altri sono totalmente indisponibili a ad acquisire identità fittizie decise da Londra in luogo della propria.

C’è molto di antico in questa vittoria, dunque, e Nigel Farage, il principale autore del risveglio identitario, lo sa. Non per nulla ha invocato nel discorso del 24 giugno non già la possibilità di “fare da soli”, ma di camminare sempre in aperta collaborazione con il resto dell’Europa, mantenendo però “ciascuno la propria bandiera e il proprio inno”.

Ad ogni modo, nemmeno la leggenda di Londra totalmente europeista ha un fondamento, al di là dei luoghi comuni giornalistici. Qui un vero computo di come hanno votato le varie zone del Regno.

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Vuoi un Papa tranquillo? Non eleggere un gesuita…

Tutto si può dire del pontificato di Papa Francesco, salvo che lasci le coscienze tranquille.

Tutte le divisioni e i dibattiti che si producono appena il Santo Padre apre bocca sono il segno distintivo della Compagnia di Gesù, che spesso nella storia – e massimamente nell’Inghilterra elisabettiana, come documentano le vite dei nostri amati Martiri – si trovò a creare ed alimentare parapiglia.

Le ragioni principali sono due: in primo luogo lo stile del Signore Gesù Cristo, la cui predicazione, come documentano gli evangelisti, non mancava di suscitare aspre polemiche e incomprensioni. In secondo luogo lo stile degli Esercizi Spirituali, il grande strumento con cui i gesuiti insegnano alle anime a camminare verso la perfezione.

Per il primo aspetto, bisogna ricordare che il gesuita è costantemente al lavoro su se stesso per conoscere e amare sempre di più Gesù Cristo, al fine di imitarlo. Meditarne e assaporarne ogni parola e ogni gesto riportati dal Vangelo è per il gesuita preghiera quotidiana. E se vogliamo proprio dirci tutta la verità, il Signore non solo non sembra turbato dalla possibilità di essere frainteso: spesso è volutamente criptico, rimandando a una successiva venuta dello Spirito la possibilità umana di comprendere appieno quanto Egli sta spiegando.

Per il secondo aspetto, senza pretesa di essere esaustivi, diremo che gli Esercizi propongono degli schemi di lavoro tali da poter intercettare, qualsiasi sia l’uditorio che ci si trova davanti, le principali tentazioni e i più comuni peccati in cui quell’uditorio è indotto. Ciò significa che per ogni coscienza, tanto per quella di un neoconvertito carico di dubbi e di abitudini cattive quanto per quella di un Vescovo forte di decenni di vita santa, un gesuita ha sempre una predica pronta, mirata a metterlo in guardia dai pericoli più prossimi e a risvegliare il suo fervore e la sua missionarietà.

Non è possibile leggere Papa Francesco restando all’oscuro di queste due nozioni, ed è per questo che risultano abbastanza carenti tutte quelle letture che si arrampicano sui vetri della sua nazionalità, estrazione sociale, età, posizione politica con dottissime disquisizioni che tralasciano l’ovvio; così come risultano patetiche le semplificazioni estreme secondo le quali il Papa “ha sgridato” di volta in volta vescovi, preti, suore, ciellini, politici, pescivendoli.

In realtà è la storia della Compagnia di Gesù nel suo primissimo secolo a fornire le chiavi interpretative più sicure dello stile del Pontefice. Ignazio finì davanti all’Inquisizione e imprigionato per ben otto volte, e nella sua stessa Autobiografia troviamo pregevoli prove di come non le abbia certo mandate a dire ai malcapitati domenicani che avevano l’arduo compito di capire un carisma nuovo. Chiunque se lo sia immaginato come un soldatino muto, ha visto il film sbagliato: o forse è stato completamente fuorviato dalla seconda fase della Compagnia, perché conosce solo la storia dell’ordine dalla rifondazione del 1814 in poi.

In effetti gli autori gesuiti del XIX secolo possono aver dato l’impressione di appartenere a un ordine di “reazionari sempre e comunque”, votati alla restaurazione dell’ancien régime; in realtà ciò è dovuto alla situazione contingente e nessuno che abbia invece avuto a che fare coi gesuiti “prima maniera” li avrebbe mai identificati con un’idea conservatrice. Non per nulla i miei gesuiti preferiti morirono tutti accusati di sovversione.

Il dato più ovvio da rilevarsi è che lo Spirito Santo, scegliendo un gesuita, non intendeva di certo avere un pontificato tranquillo, ma dare una sveglia alle coscienze. Questo il Papa lo fa nella maniera più gesuita del mondo, cioè creando una bipolarizzazione dell’opinione pubblica attorno a una sua tesi. E davanti a un dato del genere si deve apprezzare la possibilità di far emergere conflitti interni alla Chiesa e rimasti sepolti per decenni: può darsi che a noi piacesse di più una calma apparente in superficie, ma evidentemente non è quel che piace a Dio.

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